Il cammino di Santiago

Un viaggio unico, difficile da capire per chi non lo ha provato. Va al di là di un pellegrinaggio di fedeli verso un luogo sacro, al di là di una semplice camminata per più giorni.

Chi percorre il cammino, che lo percorra tutto o solo in parte, ha la possibilità di fare un’esperienza unica .

È un viaggio alla scoperta dei propri limiti fisici e mentali. I piedi e le gambe distrutte, la sveglie presto prima del sorgere del sole, la convivenza negli ostelli con altre persone sconosciute. Immersi nella natura, nell’umanità delle persone si ha davvero la possibilità di sfidarsi per provare a superare, e non solo scoprire, i nostri limiti.

Il mio cammino ha avuto inizio da Sarria per percorrere gli ultimi 115km che da lì, attraverso diverse tappe, portano a Santiago de Compostela.

– Da Sarria a Portomarin (23km)

– Da Porto Marin a Palas De Rei (25km)

– Da Palas De Rei a Arzua (30km)

– Da Arzua a O’Pedrouzo (19km)

– Da O’Pedrouzo a Santiago (20km)

La partenza è sempre spaesante, hai tante idee su come sarà, hai preparato lo zaino minuziosamente e anche mentalmente te stesso. Hai letto molte esperienze su internet, parlato con persone che l’hanno già fatto. Ti sei spaventato nel vedere il racconto di vesciche sanguinolente sui piedi, di dolore alle gambe e hai preparato anche un kit di cerotti e medicine varie. Ma in fondo non sai niente. Sai solo che dormirai in ostelli che troverai sul cammino, che seguirai delle conchiglie, che camminerai tantissimo.

Poi arrivi all’inizio del cammino e già capisci di non sapere tutto. Subito conosci altri pellegrini che come te sono spaesati e fai amicizia. E così inizia il tuo viaggio.

Ogni giorno la nostra sveglia suonava alle 5 del mattino. Ci avevano consigliato così per evitare le ore calde della giornata essendo agosto. La realtà è che fu un’estate strana e forse patimmo di più il freddo (e a volte la pioggia) che il caldo, ma la nostra sveglia suonava lo stesso alle 5, come a voler mantenere la tradizione.

Buio totale nelle camerate; raccattare tutte le cose cercando di non dimenticare niente; vestirsi con le torce tra i denti cercando di fare il minor rumore possibile tra risate e “ahia” per aver sbattuto contro qualcosa. Recuperare le scarpe al gelo mattutino e finalmente si parte.

La colazione ogni tanto la si faceva in ostello o in qualche bar già aperto, oppure già in cammino con biscotti comprati il giorno prima.

Il buio lì è buio vero. Buio totale perché sei in mezzo al nulla. Se sei il primo della fila (o il primo apparente perché altri sicuramente son già partiti) c’è solo la tua torcia a indicarti il percorso e a illuminarti le conchiglie.

Poi arrivano le prime luci dell’alba, tu hai già camminato da quasi un’oretta e il mondo si sveglia in quel momento. Le ombre si allungano e il sole, facendo capolinea da dietro l’orizzonte, rende visibile la leggera nebbiolina mattutina.

Non resta che camminare facendo ogni sosta in qualche bar sulla strada.

20, 24, 30 km al giorno. I primi 15 vanno tranquilli poi iniziano i dolori, forse non subito il primo giorno, ma già dal secondo sicuro.

E quello che leggevi e non credevi (“ma cosa vuoi che siano 25km? Secondo me sono esagerati o fuori allenamento” dicevi mentre eri a casa) si avvera. Iniziano i dolori, le prime vesciche da scoppiare con l’ago sterilizzato con l’accendino. Inizi anche a camminare per inerzia, trascinandoti a stento sotto il peso dello zaino che si fa sentire sulle spalle. Fanno più male le gambe o la schiena?

Ricordo ancora la gioia di quando vedemmo il cartello “Arzua”, la nostra meta più lontana (30km), esattamente a metà dei nostri giorni di cammino. Pensammo di essere arrivati, tirammo un sospiro di sollievo. Se non che scoprimmo poco dopo (grazie a Google Maps, lo ammetto) che l’ostello era ancora a 1,5km. Vi posso giurare che dopo aver percorso 30km, dopo aver camminato per 5-6 ore, anche poche centinaia di metri possono sembrare infiniti.

Finalmente arrivi, togli gli scarponi e ti lanci sul letto. La sensazione delle gambe che si rilassano è unica.

Dopo un pranzo rinvigorente, ti ritrovi a passeggiare trascinandoti con sandali e calzini per le vie del paese. Sei stanco, ma il giorno dopo ripartirai presto e hai solo quel pomeriggio per curiosare per il paesino.

Ecco un esempio delle “bellissime” calzatura da me indossate

E la mattina dopo si riparte, dopo una notte forse rigenerante (se non incontri russatori simil trattori che ti impediscono di dormire; vi posso giurare anche in questo caso che una notte un signore russava così forte che lo sentivano dalla camerata di fianco, figuratevi noi).

Le persone che incontri lungo il cammino sono tante, sia di nazionalità diversa sia della tua stessa. Ricordo ancora degli italiani che si divertivano a salutare i cani urlando “Hola Perro!” o di un signore molto povero che viveva sul percorso del cammino e lo aveva già fatto centinaia di volte. Ci raccontò che il cammino di notte è qualcosa di magico, con poche persone in giro e stellate meravigliose.

Ricordo anche degli americani (una coppia e una signora più in là con l’età) che facevano il cammino per vera fede e alla sera leggevano parti della Bibbia insieme.

Ogni persona che incontri, un po’ come in montagna, la saluti e le auguri “buon camino” oppure scambi la formula “ultreya” “suseya” (dal latino “sempre più avanti” e “sempre più in alto”).

Compagne di viaggio particolari

E alla fine ce la fai.

Arriva l’ultimo giorno di cammino, sai che ormai sei praticamente giunto a destinazione.

Ogni cosa intorno a te dice che manca poco.

Arrivi a Monte do Gozo, una collina sopra Santiago da cui si possono vedere per la prima volta le guglie della cattedrale, e senti già l’aria di festa.

Manca pochissimo. Raggiungi la scritta di ingresso della città e non puoi fare a meno di sorridere, di essere felice.

Foto a tradimento durante un momento di felicità nel vedere la scritta di Santiago

Sempre meno. L’ultimo km per le vie della città. Ogni tanto riesci a vedere un piccolo scorcio della cattedrale tra i palazzi della città ed è sempre più vicina.

Il dolore non lo senti più, diventa una corsa adrenalinica per arrivare, per poter dire “ce l’ho fatta”. E così è.

Giri l’angolo e arrivi. Vedi la piazza, la cattedrale e, come tradizione, ti butti per terra insieme a tutti gli altri pellegrini arrivati. Ti togli le scarpe e ti sdrai. Guardi il cielo e sorridi.

Una me scalza super felice di essere arrivata

E a quel punto camminare non ti pesa più. Giri per la città curiosa mescolandoti ai turisti e agli abitanti. Vai a ritirare l’attestato mostrando fiera i timbri che dimostrano il tuo passaggio per gli ostelli e prendi la compostela che sfoggi al collo o allo zaino.

E poi si torna a casa (noi abbiamo fatto prima tappa a Finisterre, un posto unico ma che va al di là del mio cammino e che magari racconterò in un altro breve articolo più avanti).

Arrivata a casa, dopo una doccia disinfettante e disincrostante (finalmente nel tuo bagno e non in uno condiviso con altre trenta persone), non ti resta che svuotare lo zaino. Togli ogni oggetto e vestito quasi con reverenza perché sono stati anche loro tuoi compagni di viaggio in fondo.

Rimpiangi quelli persi (RIP caricatore del cellulare e reggiseno), dimenticati in qualche ostello e ora in una cassetta degli oggetti smarriti.

Dai una spolverata allo zaino e lo metti nell’armadio. Con un ultimo sguardo chiudi le ante sapendo che presto verranno riaperte.

Perché sai che in fondo lo zaino, per quanto abbia fatto soffrire le tue spalle, sarà il tuo nuovo compagno di viaggio perché quando inizi a fare viaggi del genere non ne puoi più fare a meno.

Buen camino!

Steph4

P.S.: se avete curiosità o volete chiedere dettagli tecnici qui omessi per dare spazio più all’esperienza e alle emozioni, non esitate a chiedere lasciando un commento o con un messaggio privato dalla sezione contatti.

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Il coraggio di pensare a te

Cosa fondamentale nella vita: pensa a te stesso. Non in senso negativo, non nel senso che devi essere egoista o egocentrico o egotutto.
Ma pensa a te. Pensa a ciò che vuoi essere, a ciò che vuoi fare. Abbi il coraggio di cambiare perché non si rimane mai uguali. Abbi il coraggio di ammettere di avere sbagliato e di ricominciare perché non è mai tardi. Abbi il coraggio di deludere anche chi ti è intorno se deludere significa rompere le aspettative di qualcuno ma stare bene con te stesso.
Prenditi cura di te, di chi sei. Non soffermarti ai giudizi degli altri e a ciò che la società impone.
La vita è la tua. Tu solo la vivi. Tu solo hai diritto a viverla.
Questo non significa che non devi ascoltare gli altri. Non significa che i consigli delle persone che ti circondano non hanno significato o che non hai bisogno del loro affetto. Significa semplicemente che ascolterai ognuno, soppeserai le loro parole e poi deciderai da solo.
Perché non devi essere quello che gli altri vogliono che tu sia o quello che gli altri hanno sempre pensato che tu sia. Devi essere te stesso.

Sii il sole che risplende nella tua vita.

Steph4

P.S.: giusto un corto articolo extra. Domani uscirà un nuovo articolo nella seconda nuova sezione (l’ultima per un po’ di tempo)!

Amo, amas

Chiudo gli occhi e penso alla parola amore.
La mia mente viene invasa da molte immagini, da ricordi, da film, da libri.

Amore. Un termine semplice, che tutti capiscono, ma cos’è realmente?
Al giorno d’oggi si è disillusi, io per prima lo sono molto spesso. Parlare dell’amore, dell'”innamorarsi” sembra quasi un argomento taboo a volte, non solo per gli uomini ma anche per le donne. La visione della donna forte non è quella di una che si lascia andare in un amore ma quella di una donna single che ce la fa da sola. Non ha bisogno di nessun altro.
L’uomo per natura ha però bisogno di compagnia e anche dell’amore, in qualsiasi forma esso sia: fraterno, amicale, romantico tra sessi opposti o romantico tra lo stesso sesso.

In questi tempi l’amore è sempre più svalutato, più commercializzato.
Tra applicazioni per trovare compagni, siti internet, chat, appuntamenti al buio sembra più la rincorsa ad accasarsi e sistemarsi che la vera ricerca dell’amore. Sembra quasi una corsa agli armamenti, una corsa agli articoli migliori durante i saldi prima che te li portano via tutti. Gli anni passano, prima lo studio, poi il lavoro, la carriera, non c’è tempo né pazienza per trovare l’amore ma non si vuole neanche stare da soli.
Persone che dicono di non credere nell’amore, che è solo una cosa da ragazzine, da adolescenti al ballo di fine anno o da romanzetti rosa in sconto in libreria, e poi escono con migliaia di persone nella speranza di trovare quello giusto.
L’amore è diventato un “hai 4 punti in comune” o complimenti cliché sempre uguali detti a tutte e tutti, perché non c’è il tempo neanche per questo. Una sorta di immenso urlo “non so vivere da single, vienimi a prendere” senza però sapere cosa, o chi, si ricerca.
L’amore si è trasformato in un “swipe a destra per il like e swipe a sinistra per il dislike”. In match, colpi di fulmine, messaggi pre-stampati per tutti.
Un eterno sentirsi soli, un enorme senso di vuoto da colmare.

Prima di iniziare a scrivere questo articolo ho fatto un semplice sondaggio su Instagram, per “capire” (se si può capire qualcosa da un sondaggio) cosa ne pensassero le persone che mi seguono:

Sono rimasta stupita che i “sì” abbiano tenuto così duro. Che in un mondo come quello che ho appena descritto, in così tanti credano ancora nell’anima gemella.
Devo ammetterlo, ho votato anche io, e ho messo no. Non perché non creda nell’amore ma perché non credo che ne esista uno solo. Pensare che esista una persona in tutto il mondo, un’unica anima gemella, sarebbe troppo limitante. Sarebbe impossibile incontrarla. Una mia amica una volta mi disse che se davvero fosse così allora saremmo tutti spacciati perché difficilmente quell’unica persona abita dietro casa mia o passerà per la mia vita. Secondo me ha ragione. Per questo ho risposto no.

Però mi ha dato davvero molta speranza vedere quante persone credano nell’anima gemella (magari con un’accezione meno singolare rispetto alla mia) e quindi nel vero amore.

Forse non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Forse è normale che in una società in cui non c’è neanche il tempo per respirare, incontrare persone diventa davvero difficile e con questi siti è più semplice. Ci sono molte coppie stabili e belle che si sono conosciute così, può essere un modo come un altro, forse.

So che però che l’amore è qualcosa di magico che non può essere sminuito, qualcosa che ti fa fare pazzie e ti fa mettere in gioco.

In amore perdi ogni armatura e ti apri completamente all’altro, ogni tuo tallone di Achille è svelato.

Amore è quando parli con una persona che magari non conoscevi bene e c’è subito sintonia;
è quando l’altro non ti sminuisce, quando ti ascolta, quando non ha paura di darti un parere su quello che fai, che scrivi, che pensi ma anzi lo fa volentieri. È quando ti stimola a fare cose nuove, a riprendere passioni, a cambiare rimanendo la stessa.

Penso che l’amore sia ridere fino a farsi venire il mal di pancia, che sia l’addormentarsi uno sulla spalla dell’altra dopo una giornata faticosa; penso che sia guardare la partita con lui e guardare il film smielato con lei; penso che sia guardare una serie tv o giocare a un videogioco sul divano fino a tardi mangiando schifezze; che sia vedere i difetti dell’altro, la pancetta di troppo, gli addominali non scolpiti, il brufolo post pranzo dalla nonna, la camminata strana, la barba non curata e sorriderne, perché sono proprio quei difetti che rendono l’altro o l’altra speciale.

Penso che l’amore sia l’attesa di un messaggio che tarda ad arrivare, di una chiamata a distanza; che sia il coraggio di invitare fuori per il primo appuntamento, di conoscersi, di capirsi; occhi che si incrociano e poi cambiano subito direzione. Penso che sia gli istanti prima di un bacio, le coccole, il solletico; i silenzi nei momenti in cui con uno sguardo si dice tutto.

È il guardare un tramonto abbracciati sapendo che domani ci sarà un altro giorno insieme.

Non è facile riconoscerlo. Quante volte ce lo siamo lasciati sfuggire per paura, per le difficoltà, per pigrizia?

Ho una visione ancora molto sdolcinata dell’amore. Sono forse una sognatrice o forse un’illusa, o forse ho solo visto e letto troppe storie d’amore.
Ho detto di non credere nell’anima gemella in quanto tale, ed è vero.
Credo però che si possano trovare persone che ti facciano provare e sentire tutte queste cose e che chi le trova non deve lasciarsele scappare per paura.
Quindi vi do per una volta vi do un consiglio: vivete, viaggiate, conoscete, aprite gli occhi e abbiate il coraggio di amare.

In amore vale ancora di più quello che è l’incipit del blog “Be Brave. Be Happy. Be yourself”.

Steph4

P.S.: E voi? Avete mai provato qualcosa del genere? Cosa pensate dell’amore?
Ricordate che se volete potete scrivermi anche in privato dalla
sezione contatti.

Perché muoiono tutti?

[Attenzione: questo articolo può contenere tracce di spoilers su diverse serie TV e film tra cui Game of Thrones, Grey’s Anatomy, Harry Potter, The Man in the High Castle, la Casa di Carta, Hunger Games Titanic (dai tutti conoscono il finale), Re Leone (anche di questo) e The O.C.]

Ci avete mai fatto caso che in quasi tutte le serie TV, film o libri di un certo successo muoiono dei personaggi?

Ned, Robb, Rickon Stark, Khal Drogo, Tywin Lannister e molti altri in Game of Thrones;
Fred, Lupin, Tonks, Dobby, Edviget, Silente in Harry Potter;
Derek, George, Lexie, Mark in Grey’s Anatomy;
Jo, Frank in The Man in the High Castle; Berlino, Oslo ne la Casa di carta;
Prim in Hunger Games;
Jack di Titanic;
Marissa in The O.C. (per tornare all’adolescenza);
Mufasa nel Re Leone (addirittura nei cartoni animati).

Un lungo elenco, per citarne solo alcuni. Fin da bambini ci mettono di fronte alla nuda verità: tutti muoiono, anche i più bravi e i più buoni. Siamo tutti legati da questo inevitabile destino.
Ancora non sai scrivere e già sperimenti le prime lacrime per la morte di un personaggio a te caro.

Cresci e nulla cambia. Sei lì davanti alla tua serie TV preferita che mangi una pizza in una fredda serata invernale e improvvisamente il boccone ti va di traverso. Hanno colpito il tuo personaggio preferito.
Non ci credi, guardi come in trance la scena e tutto quello che pensi è “non è vero, non sta succedendo”. E speri. Magari questa volta gli autori sono stati gentili. Stanno solo giocando con te, facendoti credere che il tuo personaggio preferito è morto ma poi torna in vita, viene rianimato, risorge in qualche modo.
“Ti prego mi accontento anche di una magia! Fallo tornare come zombie, mummia, fantasma, non importa!”, urli nella tua testa.
Ma lo capisci già dalla musica di sottofondo che non sopravviverà. Quelle canzoni drammaticamente tristi che ti prendono il cuore e che ti fanno scendere già le lacrime (se sei una persona che piange davanti ai film).
“Però dai magari lo stanno facendo apposta per farmelo credere, poi in realtà sopravvive” dice ancora una vocina dentro di te, sempre più flebile che però si rianima un po’ quando il personaggio sembra riprendersi. Si alza dalle sue sofferenze, dice qualche parola, fa qualcosa. Insomma te lo lasciano credere un’ultima volta prima di darti il colpo di grazia.
Gli altri personaggi iniziano a disperarsi intorno a lui, anche loro si accorgono che non c’è più niente da fare.
Grida e pianti che si susseguono o immagini silenziose ancora più drammatiche come per la morte di Sirius Black in Harry Potter e il l’ordine della fenice.

Non puoi fare altro che arrenderti anche tu, per ora.
Finisci la puntata e poi spegni la TV o il PC. Prometti a te stesso che quella serie non la guarderai mai più. Che ti hanno tolto il tuo personaggio preferito e non ha più senso, è vuota, non ha più nessun significato. Ti viene un moto di rabbia tale nei confronti dell’autore o del regista che se solo non fosse in un altro continente gli bucheresti le gomme della macchina, o peggio.
Dopo questa fase ci sono due tipi di spettatori medi.
Quelli che se la legano al dito e davvero non vanno più avanti a vedere quella serie o a leggere quel libro.
Quante persone non sono più andate avanti a vedere Grey’s anatomy dopo la morte di Derek? Io ne conosco molte e magari anche tu che stai leggendo, se l’hai vista, ti sei fermato.

Con Game of Thrones la storia è forse diversa perché ci sono tanti personaggi ma credo che tutti abbiano pensato di mollare dopo l’apparente morte di Jon Snow (o forse molti hanno lasciato proprio dopo la sua magica resurrezione) o dopo le altre numerose morti.

L’altra tipologia di persone invece cede e, chi prima chi dopo, continua.

Io faccio parte di quest’ultima categoria. L’ultima volta che ho pensato davvero di non continuare è stato dopo aver assistito impotente alla morte di Jo in The Man in the High Castle. Ho pensato davvero di lasciare perdere, però poi mi sono convinta, visti gli sviluppi della trama e le visioni ancora non completamente spiegate di Juliana, che ci sia un barlume di speranza per un suo ritorno, così come per Frank.

Se fai parte di questa categoria e decidi di proseguire, allora passi il tempo a sperare, perché è proprio vero che “la speranza è l’ultima a morire”. Qualsiasi cosa va bene, basta rivedere il viso di quell’attore. Che sia tramite un fratello gemello (vedi Beautiful, o meglio, i riassunti in 10 minuti su YouTube) o tramite una magia, una resurrezione, un unicorno o qualsiasi altra cosa non importa.
Alla fine ti riduci a sperare in un flash back. Speri che gli attori siano abbastanza gentili da concedere la propria immagine nelle vecchie riprese per costruire dei fantastici flashback.
E ogni tanto capita.
Ci avete mai fatto caso però che quando montano nella maggior parte dei casi (ogni riferimento a Grey’s anatomy è puramente casuale) di sottofondo c’è la stessa canzone della scena della morte? Giusto perché non hai consumato abbastanza lacrime, meglio perderne ancora qualcuna.

In fondo quando muore un personaggio è un po’ come se morisse un caro amico. Certo il dolore non è paragonabile alla perdita di una persona vera, il giorno dopo già pensi ad altro, ma ti lascia senza dubbio una sensazione di vuoto.

Ma secondo voi perchè va così di moda fare morire i personaggi? Perché è essenziale? E perché noi continuiamo a bruciare serie, libri e film nonostante sappiamo, o quanto meno sospettiamo, che accadrà?

Forse perchè siamo masochisti. O forse perché piangere per un film è sicuramente meno doloroso che disperarsi per i brutti avvenimenti della vita e aiuta anche un po’ a sfogarsi.

L’uomo è misterioso per natura e noi consumatori di storie ancora di più.

Alla prossima puntata,

Steph4

Consumatori di storie

In questa sezione del blog vorrei condividere la mia passione di “consumatrice di storie”.

Serie TV, film, libri, videogiochi… Qualsiasi cosa racconti una storia sarà protagonista di questa sezione, perché in fondo la nostra, di storia, non ci basta mai.

In questa sezione non troverete né recensioni né un elenco dei miei titoli preferiti (anche se man mano sicuramente li scoprirete) ma è un posto in cui condividere riflessioni sia generali sia specifiche su determinate opere, un luogo in cui fare teorie sulle nuove uscite e complottare su quelle ormai finite, in cui dare spazio alle proprie passioni.

“La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove”

Gianni Rodari

Come sempre buona lettura,

Steph4

P.S.: domani il primo articolo della sezione!

La strada del destino

Come sarebbe la tua vita se qualcosa non fosse successa?

Se in quel giorno non ti fossi iscritto a quel corso, se non fossi arrivato in anticipo quella mattina, se non avessi fatto colazione fuori quell’altro giorno? Come saresti?

Quanto ogni minima decisione influenza la tua vita?

Fa strano pensare che ogni nostra azione possa determinare una serie di eventi successivi, così strano che per me non si può spiegare tutto con la casualità e le coincidenze. Ci deve essere qualcosa di più, qualcosa che ti porta ad ascoltare quella canzone perché è quella giusta in quel momento, che ti porta a mettere quel vestito quel giorno per essere notata da quella particolare persona. Questo qualcosa io lo chiamo destino.

Per molti l’idea di un destino può essere limitante, può far pensare a qualcosa di prefissato in cui non si possano prendere decisioni, qualcosa di vincolante.
Per me non è proprio così. Sei tu a fare scelte, giuste o sbagliate che siano, aprendo un mondo di variabili però già stabilite: il destino ti mette davanti diverse opzioni tra le quali scegliere e ognuna di queste porta ad altre.

“Il destino mescola le carte e noi giochiamo”

Arthur Schopenhauer

È come se dalla nascita ci fosse una grande strada su cui cammini verso una meta ignota. Ogni tanto incontri delle biforcazioni, delle strade laterali che ti allontanano da quella principali. Non ci sono cartelli di obbligo. Sei tu che scegli quale strada prendere, scartandone altre. A volte però due strade diverse, anche se con percorsi differenti, possono portare allo stesso posto.
Questa è la vita, di cui il destino ne fa parte intrinsecamente anche se non lo percepisci in modo netto e definito.

Il destino diventa palpabile soprattutto quando non stai seguendo un navigatore per decidere dove andare. Quando stai semplicemente camminando lungo un sentiero senza pensare “giro a destra o a sinistra” o “devo raggiungere quella meta”. Percorri una strada rilassandoti, senza darci troppa importanza e, improvvisamente, ti scontri con il destino, come una sorta di muro che compare all’improvviso in un posto in cui non ti saresti mai aspettato. Ci vai a sbattere contro e la tua vita prende una sfumatura diversa.

“Alcune strade portano più ad un destino che a una destinazione.”
Jules Verne

Ti è mai capitato di tergiversare nel prendere una decisione? Aspetti “il momento giusto”, che qualcosa o qualcuno ti indichi la scelta corretta perché non riesci a prendere in mano il tuo destino da solo. Magari però proprio a causa di quell’attendere l’istante perfetto visiti luoghi o fai cose che ti portano a incontrare persone importanti o a riscoprirne altre che non pensavi potessero significare tanto nella tua vita. Se avessi preso prima una decisione, probabilmente non le avresti scoperte. La tua vita sarebbe stata diversa. Come può questo non essere destino?

Per usare una metafora che renda meglio l’idea: è come se la decisione da prendere fosse un treno su cui devi salire.

Highlands

Sei lì in stazione, il treno sta arrivando. Sali oppure no? Il treno si ferma alla banchina, le porte si aprono e rimani a fissare la carrozza che si riempie con gli altri passeggeri. Aspetti e il capotreno suona il fischietto. Le porte si stanno per chiudere. Ma niente. Sei paralizzato, non riesci a decidere se salire oppure no. Alla fine le porte si chiudono e il treno parte.
Se ne è andato e non puoi più prenderlo. Mentre ti volti per andartene ti scontri contro qualcuno, un qualcuno che diventerà una persona importante.
E se tu avessi preso quel treno? Magari avresti conosciuto un’altra persona importante seduto di fianco a te, certo, e anche quello sarebbe stato destino. Oppure no. Sei andato a sbattere contro questa persona ed è lei che ti ha aperto gli occhi. È lei che ha dato un senso diverso alla tua vita.
Come si può non credere nel destino in questo caso?
Molti di voi tra i più scettici la chiameranno coincidenza, pura casualità. Ma possono davvero succedere coincidenze così? Forse si, forse no. Non è dato saperlo.

Albert Einstein però diceva che: “Coincidenza è il modo di Dio di restare anonimo.”

Mi piace credere che il destino, venga esso chiamato Dio o fato o in qualsiasi altro modo, esista.
Credo che ogni cosa che ci succede abbia un significato. Forse è solo perché voglio convincermi che ogni sofferenza passata abbia un senso, faccia parte di uno schema che ancora non riesco a capire. Forse perchè voglio pensare che a ognuno di noi spetti un po’ di felicità. Forse perchè semplicemente voglio credere che quando “vai a sbattere” contro una persona importante significhi che era qualcosa di predestinato e importante per entrambi e non una semplice coincidenza di cui ci si dimentica il giorno dopo.

“Non lo so, se abbiamo ognuno il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro per caso come da una brezza. Ma io… io credo… può darsi le due cose. Forse le due cose capitano nello stesso momento.”
Forrest Gump

Steph4

P.S.: la prossima settimana uscirà una nuova sezione!

Cartolina di Natale

Profumo di cioccolata calda e di biscotti; alberi di Natale e presepi; carta regalo colorata e fiocchi su ogni tavolo; lucine che sfidano la nebbia pavese e i primi fiocchi di neve; maratone di “mamma ho perso l’aereo” in televisione; corse agli ultimi acquisti a ritmo di “Jingle Bell” e “All I want for Christmas is you”; pigiami morbidosi e copertine sul divano; vischio sopra alle porte per baci a tradimento.

Questo è per me il Natale. Sensazione di famiglia, di calore e di amicizia.

Che bella l’atmosfera natalizia. Le persone sembrano più aperte verso gli altri. Si organizzano pranzi e cene natalizi con i colleghi e gli amici perché l’importante è stare insieme. Si scambiano piccoli pensieri per far vedere che ci tieni.

Per un giorno sembra che tutto si fermi. Anche chi non può perché lavora o perché malato, trova un modo per non farlo passare silente, con qualcosa di più buono da mangiare o con un semplice cappellino di Babbo Natale.

I bambini sono i più fortunati. L’attesa dei regali, la preparazione di latte e biscotti per Babbo Natale o per Gesù Bambino, la letterina con i desideri. Per loro è una vera e propria magia, qualcosa di unico che difficilmente si rivive nella vita.

Norimberga

Con il Natale si avvicina anche la fine dell’anno. Si tirano le somme di quello che è stato, di fin dove si è arrivati e di quanto ancora si può fare.

Si fanno nuovi propositi: chi non ha mai detto “quest’anno farò…”?

La speranza che con una semplice variazione di numero tutto cambi, che il nuovo anno implichi l’inizio di una nuova vita.

È tutto così bello, eccitante, emozionante.

Anche io ho molti progetti per il 2019. Mi aspetterà una grande scelta da fare, una direzione da prendere da cui difficilmente si torna indietro.

E anche io ovviamente ho la mia lista di buoni propositi: “tornerò a nuotare, mi impegnerò nello studio, viaggerò di più, migliorerò nella scrittura ecc.”

Ci sarà anche una novità per il blog nel 2019, una nuova rubrica ma… NO SPOILER!

Con questo breve post auguro un buon Natale e un felice anno nuovo a tutti i lettori fantasma!

Ci si risente nel 2019!

Steph4

Io sogno, e tu?

Ho scelto di usare questa foto come immagine di anteprima perché la Scozia, nelle due volte in cui ci sono andata, è stata uno dei pochi luoghi che mi ha permesso di sognare veramente.
Le sue terre sconfinate aprono la mente alla creatività come solo la natura incontaminata sa fare.
(Sicuramente dedicherò prima o poi un post a questo posto meraviglioso, ma non ora)

Pensando a come scrivere questo nuovo post, mi è venuta la curiosità di cercare il vero significato della parola sogno. Grazie a internet, in meno di un secondo ho trovato la definizione del dizionario Treccani:

sognare v. tr. e intr. [lat. sŏmniare, der. di somnium «sogno»] (io sógno, … noi sogniamo, voi sognate, e nel cong. sogniamo, sogniate). 1. Vedere, immaginare in sogno 2. fig. a. Vagheggiare, rappresentarsi come reale con la fantasia ciò che si desidera b. Ritenere possibili cose irrealizzabili, illudersi, sperare inutilmente

I due significati figurativi mi lasciano perplessa: considerare vero qualcosa prodotto dalla nostra fantasia e in realtà irrealizzabile? Inutilità? Mi sembrano delle accezioni davvero negative per un parola che racchiude qualcosa di più profondo.
Ovviamente quando parlo di sogno più che riferirmi ai sogni notturni (anche se Freud sarebbe comunque caduto dalla sedia nel vedere la parola sogno nella stessa frase con inutilità), intendo quelli che potremmo definire a occhi aperti. Quelle creazioni della fantasia e della mente in cui riponiamo tutte le nostre speranze ma anche tutte le nostre aspettative. È un caso che si dica “sogno di fare questa professione da grande” o “sogno di diventare in questo modo”?

I sogni sono alla base del nostro essere. Descrivono chi vorremmo diventare, dove vorremmo arrivare e con chi. Ci definiscono.

“Ci sarà il ballo delle incertezze, Ci sarà un posto in cui perdo tutto, Che per stare in pace con te stesso e col mondo devi avere sognato almeno per un secondo

Il ballo delle incertezze, Ultimo

Quando ero bambina durante i lunghi viaggi in macchina mi trovavo annoiata a immaginare di modificare in meglio il panorama intorno a me. Il guard rail grigio e arrugginito si puliva e si decorava di piccoli disegni. La spazzatura ai bordi della strada spariva e la vegetazione era curata e rigogliosa. Le fabbriche assumevano forme strane e divertenti, i loro fumi sparivano e tutto diventava colorato.

Non ricordo un momento della mia vita in cui la mia mente non abbia creato una realtà immaginaria. Nei momenti vuoti come un viaggio in treno o appena prima di addormentarmi ho sempre sognato mondi fantastici inventati o vite alternative in cui ero già chi volevo essere. Questo mi ha sempre permesso di mantenere attiva la mia creatività e mettere nel cassetto sempre nuove idee.

I sogni ad occhi aperti sono un po’ come dei libri o delle serie TV in cui sei tu il protagonista e decidi tu la tua storia e il tuo destino. Non esistono regole da rispettare se non quelle che ti imponi da solo. La tua mente può spaziare in mondi infiniti con un milione di variabili.

Tunnel di luci, Piazza De Ferrari, Genova

A volte però i sogni, per quanto belli, o forse proprio per questo, fanno male. Da una parte perché, purtroppo, non sempre si avverano: a volte sono solo desideri inespressi e difficili da realizzare perché dipendenti da fattori esterni a noi. Se muore un caro si può sognare che non sia mai successo, immaginare una conversazione con lui e di abbracciarlo ma, per quanto possa portare sollievo, non potrà mai essere realtà e quindi può generare sconforto. Lo stesso può valere per un amore non corrisposto: non si può costringere l’altro a innamorarsi.

Purtroppo spesso si deve fare i conti con la realtà e accettarla.

Il sogno può essere però usato come una bolla di felicità in cui rifugiarsi nei momenti difficili, in cui staccare per un momento dalla vita quotidiana ma sempre ricordandosi di stare attenti a non perdersi troppo nella fantasia.

“È inutile rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere”

Silente, Harry Potter e la pietra filosofale

Il sogno è spesso anche metafora di desiderio, della volontà di raggiungere un traguardo.

Quando hai un grande sogno provi una sensazione totalizzante, è come se tu sapessi perfettamente qual è il tuo destino. Lo insegui con tutte le tue forze e cerchi di realizzarlo.

A volte però può capitare che ti illudi. Questo succede quando non conosci cosa implica il tuo sogno. Non l’hai mai provato sulla tua pelle, come puoi sapere cosa comporta? Puoi solo immaginarlo con tutti i suoi lati positivi. È da qui che può nascere l’illusione.
Se infatti alla fine si realizza, può essere che non rispecchi la tua aspettativa, che non vi sia la bellezza che sognavi.
Quando questo succede si prova un momento di forte smarrimento. Tutto quello che hai sempre sognato e in cui hai sempre creduto non esiste? E adesso?
Non è semplice, senti una sensazione di vuoto assurdo, è come se ti avessero amputato una parte importante di te. Ci vuole un po’ prima che tu ti renda conto che non è un dramma, che hai solo fatto un bel sogno da cui ti sei svegliata e ora devi guardare alla realtà e andare oltre.

Per un certo periodo fatichi a ricominciare a sognare, è come se ti fossi scottata e non vuoi che succeda di nuovo. Ci vai piano e con molta calma. Vivi alla giornata senza pensare troppo al futuro.

Poi col tempo ritrovi un equilibrio e pian pianino trovi un altro sogno, magari più piccolo, magari meno totalizzante ma forse quello giusto, che calzerá perfettamente su di te.
Sei consapevole questa volta che i sogni non sono stabili ed eterni, che possono cambiare e tu con loro.
Torni così di nuovo a sorridere e ad avere uno scopo. Chiudi gli occhi e ti immagini una nuova vita con nuove esperienze, diversissima da quella precedente.

Disegno fatto da me in un momento di noia

Si, a volte i sogni possono essere illusioni e possono fare male ma come faremmo senza? Come potremmo sopravvivere senza la speranza di un mondo migliore o di un bel futuro?

Forse il sogno è proprio sinonimo di speranza.

Come disse un uomo il cui sogno fu in parte spezzato:

“Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà. Per me è uno dei principi della vita.”

Ayrton Senna

Sì, io sogno, e tu?

Steph4

In attesa

Annuncio ritardo: il treno IC 680 proveniente da La Spezia C.le e diretto a Milano C.le arriverà con un ritardo previsto di 20 minuti. Ci scusiamo per il disagio.”

Sono in stazione, anche questa volta il treno è in ritardo. Sono giá arrivata in anticipo e ora il tempo di attesa si dilaterá ancora.

Sicuramente avrei voluto arrivare a casa prima ma non mi dispiace troppo. Queste “pause” forzate a volte sono le uniche che mi permettono di dedicare tempo ai miei pensieri e di tirare il fiato, cosa difficile nelle nostre vite frenetiche.

Così, come spesso faccio, con la musica nelle orecchie inizio a scrivere.

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Ci avete mai fatto caso che per la maggior parte della nostra vita siamo in attesa?

Esistono diversi tipi di attesa. Da una parte un’attesa passiva, come quella in coda alla posta, in fila nella sala d’aspetto del medico, quella per l’inizio di una lezione o per l’arrivo del treno (come me in questo momento). Semplicemente aspetti il tuo turno e il massimo che provi è un po’ di noia e fastidio per la perdita di tempo.

Dall’altra un’attesa attiva ossia quell’aspettare con “ansia” che qualcosa accada. Questa attesa ti tiene sveglio, vigile e, appunto, attivo.

È quello che si prova quando, per esempio, aspetti che una persona importante ti scriva. Non sei impassibile o annoiato come in coda al supermercato; ti senti febbricitante, agitato.

Ogni volta che il cellulare vibra scatti e salti sulla sedia per correre subito a vedere se finalmente il messaggio che aspettavi è arrivato.

In ogni istante pensi: “Mi starà pensando? Mi cercherà mai?” e, anche se una parte di te sa che non succederà mai, continui a sperarci.

L’attesa del piacere è essa stessa il piacere”
Gotthold Ephraim Lessing

Non sono del tutto d’accordo con questa espressione, ma sicuramente piacere e attesa sono collegati.

Immaginate di stare aspettando questo messaggio da tantissimo tempo , di averci in parte anche rinunciato. Immaginate poi se improvvisamente quella persona vi scrivesse. Quale sarebbe la vostra reazione?

Riesco già a vedere l’enorme sorriso che vi si formerebbe sul viso.

Sarebbe stato lo stesso se vi avessero scritto subito? In parte, forse, ma sicuramente l’emozione sarebbe stata meno intensa. L’attesa infatti, per quanto fastidiosa, rende tutto più intrigante trasformando un gesto semplice in uno molto più importante.

Altre attese attive sono invece infelici come quando aspetti l’esito di un esame diagnostico che potrebbe portare brutte notizie, la guarigione di un tuo caro malato o l’assunzione nel posto di lavoro. Queste sono attese logoranti, in cui il tempo si dilata e sembra non passare mai. Non sono semplici, c’è in gioco tanto in quanto possono portare a un cambiamento drastico nella vita.

Infine c’è un altro tipo particolare di attese, le più curiose sotto certi punti di vista. Sono quelle che non si riferiscono a qualcosa di particolare: non aspetti il tuo turno in qualche negozio né l’esito di un esame universitario né la chiamata dalla persona amata.

Sei semplicemente in attesa di qualcosa, che qualsiasi cosa accada.

Succede soprattutto quando sei in un periodo negativo o in un periodo di limbo in cui non sai più quale sia la tua strada. Vorresti in qualsiasi modo uscire da quella situazione e speri con tutto te stesso in un segno, anche minimo come un semplice raggio di sole che entra nella stanza illuminandoti.

“I’ll still don’t know what I was waiting for,

A big love to fall down from the sky”

Waiting for the rapture, Oasis

Qualcosa “che cada giù dal cielo” come un grande amore; improvvisamente, senza motivo.

Forse davvero le persone importanti si conoscono così, a un corso a cui non volevi partecipare o durante un viaggio, in momenti in cui non te lo aspetti. È questo però il punto: non te lo aspetti. In quel momento succede e tu puoi solo accettarlo, non importa che non sia il momento giusto e ci siano mille impedimenti.

Quante volte ho cercato segni perdendo tempo inutilmente per poi capire che stavo solo cercando una scusa per fuggire, per non prendere decisioni difficili e affrontare i problemi.

Le cose accadono quando meno te lo aspetti

Non l’ho ancora sperimentato del tutto però forse è vero.

È solo quando smetti di attendere e vivi la vita che succedono le cose migliori.

Steph4

P.S.: e voi siete in attesa di qualcosa?

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