È da un po’ che non toccavo più la sezione ‘consumatori di storie’ del blog e volevo riprenderla parlando di un videogame scoperto questa estate: Outer Wilds.
Vista la mia recente passione estiva, non poteva che essere ambientato nello spazio, in particolare in un sistema stellare immaginario. Mi ha colpito davvero molto, non solo a livello grafico e a livello di gameplay, ma soprattutto per il delinearsi della trama con risvolti anche molto profondi che mi hanno lasciato a bocca aperta e fatto emozionare.
Vi do giusto qualche caratteristica generale, in modo che se vorrete giocarlo sapete di che tipo di videogame si tratta. È un open world, ossia è possibile esplorare tutta la mappa in tranquillità e senza dover seguire una percorso prestabilito dagli sviluppatori. Presenta elementi survival che però sono minimi e non rallentano lo sviluppo del gioco: non c’è fame o sete ma solo il consumo di ossigeno e la ricarica del carburante del jetpack usato per perlustrare i pianeti, entrambi però facilmente ricaricabili con le risorse infinite della navicella che si usa per muoversi all’interno del sistema stellare. La trama non è lineare ma si sviluppa man mano scoprendo nuovi indizi e storie che vengono accumulati sul computer di bordo della nave. Non è quindi necessario partire da un pianeta specifico per l’esplorazione, sebbene comunque il gioco dia dei suggerimenti per non perdersi completamente in questo vasto mondo (anche se volendo, sapendo come fare, sarebbe possibile arrivare fin dall’inizio alla fine del gioco, non c’è nessun tipo di limitazione).
Il personaggio che noi impersoniamo è un giovane esploratore che vive su un pianeta ricco di alberi abitato dai Teporiani, degli alieni molto simpatici con quattro occhi. Svegliandoci vicino a un falò, ma solo dopo aver arrostito e mangiato un marshmellow, scopriamo di essere in procinto di compiere il nostro primo viaggio spaziale.

Fin dall’inizio si scopre dell’esistenza in questo universo di un loop temporale che si ripete ogni 22 minuti, dettato dallo scoppio del sole in una supernova. Il protagonista tuttavia, ogni volta che muore (per cause accidentali o per lo scoppio del sole) non muore definitivamente ma si risveglia ogni volta, rivivendo per sempre gli ultimi 22 minuti. Questo è il primo quesito che ci pone il gioco: perchè solo noi sembriamo renderci conto del loop e ci ricordiamo tutto quello che abbiamo fatto nei loops precedenti?
Esplorando il museo del nostro pianeta in primis e i diversi pianeti successivamente, si scopre l’esistenza di una civiltà che in passato aveva colonizzato questo sistema stellare, i Nomai. Essi erano ossessionati dalla ricerca di quello che viene chiamato Occhio dell’universo, una sorta di anomalia quantica al centro dell’universo che avrebbe la capacità di fermare la trasformazione del sole in una supernova.
Parte sull’onda di questi enigmi l’esplorazione dei pianeti, ognuno con caratteristiche diverse, alla ricerca delle iscrizioni lasciate dai Nomai, in un tentativo disperato di salvare il sistema stellare del nostro protagonista.

Ogni pianeta è davvero molto ben caratterizzato: alcuni molto inquietanti, come Rovo Oscuro, un pianeta intermente fatto di rovi e su cui vivono delle strane e spaventose Rane Pescatrici, o come Gigante Profondo, un pianeta con una spessa atmosfera che non permette di vedere la sua superficie dall’esterno e con grandi tornadi che, in qualche modo particolare, modificano il campo gravitazionale del pianeta; altri sono molto suggestivi, come i due Gemelli Clessidra che si scambiano sabbia esattamente come una clessidra, determinando così l’orologio del gioco, o la Luna Quantica, non così semplice da trovare.
In ogni pianeta troviamo un Teporiano diverso, tutti esploratori mandati sui diversi pianeti che comunicano la loro posizione suonando ognuno uno strumento diverso. Lo stesso ritornello che viene ripetuto da ognuno di questi personaggi che mai però sentiamo suonare insieme. Come mai?
Lo scopo del gioco è il viaggiare per la conoscenza. Ogni run (di 22 minuti, o meno se si muore accidentalmente, siamo nello spazio non è mica sempre semplice sopravvivere) ci porta passo dopo passo avanti, per scoprire il mistero dietro al loop dei 22 minuti, per trovare una soluzione per salvare tutti i Teporiani, di cui man mano ci si affeziona sempre più. Un viaggio a volte da brividi che fa emozionare e che, se giocato di notte, può anche inquietare.

[Per chi volesse giocarlo, o anche solo vederlo giocare da qualcun altro per intero (metto dei link nel post scriptum in fondo all’articolo), consiglio di fermarsi qui per evitare spoiler sulla trama e sul finale (attenzione che ci sono molti Easter Eggs, con finali alternativi prima di quello vero, di cui uno particolarmente bello, non perdetevelo!). Fatemi sapere quando lo avrete giocato o visto, sono curiosa di sapere cosa ne pensate]
Da qui in avanti Spoiler alert:
Man mano che ci si addentra nella trama scopriamo che furono proprio i Nomai a creare i Gemelli Clessidra, per mandare informazioni indietro nel tempo di 22 minuti attraverso delle statue. Tuttavia essi non furono mai capaci di sfruttare appieno il loro potenziale perchè necessitavano di un’energia altissima, come quella causata dall’esplosione del sole in una supernova e morirono prima di riuscire a trovare un modo alternativo per attivarli. E’ proprio il meccanismo dei due pianeti ideato dai Nomai che permette al protagonista di risvegliarsi ogni volta ricordando quello che ha vissuto nel loop precedente: all’inizio del gioco infatti avevamo toccato nel museo una statua Nomai ed è proprio quella che, ogni volta che si riattiva il loop, mantiene e ci restituisce i ricordi di quelli precedenti.
Man mano che si prosegue diventa evidente che il nostro obbiettivo sia quello di trovare l’Occhio dell’Universo. Tralasciando, per motivi di lunghezza dell’articolo, ulteriori dettagli nella trama, vorrei soffermarmi sul finale.
Abbiamo trovato le coordinate per l’Occhio dell’universo, abbiamo parlato con un Nomai quantico che ‘vive’ (ma lui pensa di non essere proprio vivo) su una luna quantica. Ci resta un’unica cosa da fare: togliere il cuore energetico che alimenta la macchina che permette il loop perchè ci serve per far funzionare una navicella Nomai che ci porterà finalmente all’Occhio dell’universo. Un’ultima run con il fiato sospeso perchè se si muore non c’è più il loop temporale e non vogliamo sapere che cosa succede in quel caso. E finalmente ci siamo: l’Occhio dell’universo.
Una sorta di ‘pianeta’ quantico molto suggestivo, in cui la luce si alterna al buio facendo apparire ogni secondo elementi diversi intorno (giunti a questo punto del gioco abbiamo ormai avuto a che fare con ogni genere di cosa quantica, quindi siamo afferati in materia, vi basti sapere che un oggetto quantico è un oggetto con infinite possibilità e che, quando è osservato da un osservatore consapevole è obbligato a mantenere una sola posizione: se avete un vaso quantico davanti a voi e smettete di osservalo chiudendo gli occhi per esempio, quando li riaprirete non sarà più lì; avrà cambiato posizione, magari sarà dietro di voi o più lontano).
Giunti al centro di questo strano pianeta, saltiamo in un vortice sopra di noi che ci trasporta, con un po’ di stupore, nel museo del pianeta di origine del nostro protagonista. E qui inizia il vero e proprio finale.
Decidiamo di osservare un planetario esposto nel museo e, magicamente, veniamo trasportati in un boschetto, con gli stessi alberi del nostro pianeta ma disseminato di quelle che sembrano essere piccole galassie che volano come lucciole e che, sfiorandole, scoppiano come bolle di sapone. Sembra quasi di essere diventati una sorta di essere onnipotente che, con il solo tocco, può spegnere un’intera galassia.
Proseguendo raggiungiamo un falò simile a quello dell’inizio del gioco, intorno a cui sono seduti gli esploratori teporiani incontrati sui diversi pianeti e il Nomai quantico. E’ un momento di grossa suggestione e anche confusione. Dobbiamo recuperare i loro strumenti musicali, senza ai quali non possono iniziare a suonare. Perchè? Cosa sta succedendo? Una volta trovati tutti, con molta emozione e un po’ di agitazione, finalmente si può dire a tutti, uno per uno, di iniziare a suonare e così, mentre si ascolta la colonna sonora suonata finalmente con tutti gli strumenti in contemporanea, succede l’imprevedibile. Una sfera grigio-azzurra si alza sopra il falò. Confusi parliamo con gli altri:
“Hai corso un bel rischio. Beh suppongo che alla fine sia andato tutto bene. Spero che nel prossimo ci siano degli animaletti”
“Quel che è stato è stato, ma… Insomma, va bene così! Non è ma finita del tutto. Il futuro si costruisce sempre sul passato, anche se non ci sarò per vederlo”
“Credo che questa sia la fine del nostro viaggio. Non ci resta che far collassare tutte le innumerevoli possibilità che ci troviamo di fronte. Te la senti di sapere ciò che sta per succedere?”
E succede. Una forte esplosione.
Nonostante tutti gli sforzi per salvare il sistema stellare, l’universo collassa, seguendo la teoria del Big Crunch.
Una sorta di determinismo che permea un po’ tutto il gioco. L’interruzione del ciclo dei 22 minuti e il raggiungimento dell’Occhio dell’universo non ha consentito di salvare né noi né il nostro universo. Una sorta di accettazione da parte del protagonista e dei suoi compagni: la necessità di permettere la fine di questo universo per crearne uno nuovo, che però non saranno in grado di vedere.
E dopo i titoli di coda, la sorpresa: ‘14,3 miliardi di anni dopo’ la nascita di una nuova civiltà.

Un gioco in cui il viaggio non ha un premio finale ma il cui unico scopo è la scoperta di quello che sta succedendo e la progressiva accettazione del nostro ruolo in qualcosa più grande di noi. Una corsa senza fiato per salvare un pianeta, un sistema solare, un popolo per poi scoprire che tutto era inutile. Solo l’accettarlo ha permesso di andare oltre, di portare nuova vita.
Perché a volte le cose accadono e non c’è niente che si possa fare per fermarle.
Steph4
P.S. : vi lascio qui di seguito qualche link utile